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DOVE GLI DEI SI PARLANO…

Racconto con immagini di e con Monika Bulaj 
Giovedì 27, h 23.00, presso Parco Raggio, Pontenure (PC)

Ci sono luoghi e momenti in cui il sacro rompe i confini. Luoghi e momenti ad alta tensione atmosferica, dove le genti del Libro – ebrei, cristiani e musulmani – rivelano la loro appartenenza comune. Succede quando i fedeli ripetono la stessa preghiera come un tuono, o quando si passa tra il fuori e il dentro di uno spazio sacro. Lo vedi ai confini tra ombra e luce, nelle danze ritmate fino ai confini dell’estasi, nelle masse che oscillano come distese di alghe nel mare, nei contatti tra corpi, oppure fra corpi e reliquie. Lo intuisci negli attraversamenti di spazi sovraffollati o anche perfettamente vuoti, nelle cantilene, nei sospiri, nelle genuflessioni, nello sgranar di rosari. Luoghi, gesti, abbigliamenti, luci, percorsi che svelano analogie fra monoteismi e mostrano tutta la potenza di un unico Verbo. 
Il calendario dei miei spostamenti tra Gibilterra e la Persia – un’agenda che perfeziono anno dopo anno – segue le ore elette, gli anniversari della nascita e della morte dei santi o dei profeti, e svela una trama di sorprendenti parallelismi. Elia diventa tra i musulmani “Khidr il verde”; San Giorgio a cavallo è festeggiato nei Balcani da cristiani e islamici; attorno alle Madonne si radunano donne musulmane e greco-ortodosse, napoletane e stambuliote; e poi le ricorrenze della salita del figlio di Dio in cielo, la salita degli armeni scalzi sulle ginocchia fino alla cima della montagna annerita di candele, le feste della fecondità e della morte, quelle della fine dell’anno e del suo inizio, zingaro, persiano o ebraico non importa. 
Il calendario del sacro, nelle tre religioni del Libro, segue – a ben guardare – gli stessi ritmi dell’eterno ritorno: il sole, la luna, le stagioni, i sette anni, i quaranta giorni, con la notte della vigilia che spesso è più importante della festa in sé. Le donne armene e turche che leggono il futuro attraverso i sogni dormendo sulla tomba di un profeta sul Bosforo, per esempio, sono assolutamente simili alle pellegrine russe accovacciate nel buio con le candeline accanto alle reliquie di un santo sulle montagne dei Carpazi, o alle donne tuaregh vestite a festa in una notte di preghiera sui tumuli sacri del deserto. Se seleziono nel calendario i momenti più forti e misteriosi che ho vissuto, m’accorgo non solo che essi scavalcano gli steccati eretti dai chierici o dai teologi, ma che la loro successione svela un assieme solido e coerente, una continuità che abbiamo disimparato a osservare, condizionati come siamo dalla superficiale impressione di cataclisma – oggi si direbbe conflitto di civiltà – che ci divide. Lo stesso avviene per i luoghi. Se sono sacri, sono sacri per tutti. Allo stesso modo, il buon santo è buono per tutti. Per non parlare dei gesti della preghiera, dell’uso del corpo come tramite per comunicare con l’Altrove. Il corpo contiene il segreto della memoria collettiva. Il corpo non mente. Il sacro passa attraverso il corpo, lo trafigge. Nell’arcaicità dei gesti non leggi niente della storia orrenda delle conversioni forzate “in articulo mortis” o di quelle estorte a fil di spada sotto l’ombra della Mezzaluna, ma leggi la saggezza arcana del popolo, la ricerca della liberazione attraverso l’uso sapiente dei sensi. Ad esempio, il meccanico ripetere di una sola frase fino a quando il senso delle parole si perde ed è la ripetizione in sé che ti spalanca le porte del cielo. Seguo, insomma, il mistero della devozione passionale bollata dalla cultura “ufficiale” come “devotio stulta”: cioè popolare, folcloristica o esaltata. La manifestazione di fede espressa da “illiterati et idiotae”, mistici e poeti, santi e analfabeti. Quelli che chiamo “genti di Dio”. I “nepioi” del Vangelo, i poveri di spirito. 
E poi il Libro. Il fondamento della fede dei cristiani, l’oggetto di culto tramandato da generazioni, 
caparbiamente difeso nei tempi duri della persecuzione, addobbato di perle, salvato dai roghi, raschiato dai ghiacci, nascosto persino nel sottosuolo. Oppure il libro dei musulmani, che al contrario non può mai toccare la terra, il libro studiato dalla fine, dai concetti più chiari contenuti nelle ultime Sure che dischiudono la strada difficile dell’Inizio. E poi il Talmud, con la sua incredibile grafia, una cornice di annotazioni, un testo che gira attorno a un altro testo, lo incastra, lo avvolge. Un labirinto di significati, dove – a differenza del Corano – ogni singola parola, ogni minuscola iscrizione deve esser sepolta perché la parola è come un uomo e ha bisogno del funerale. E ancora le preghiere dei tartari, scritte su fogli piegati e infilati nella terra del cimitero perché il morto ne senta il sussurro. I libri degli armeni in fuga, nascosti nelle fessure delle rocce, macchiati di sangue, sepolti come gli stendardi degli eserciti, minuscoli come francobolli, o enormi bauli di sapienza e arte calligrafica, il bene più prezioso salvato dai massacri e portato via sulle spalle – come quello di due vecchie donne – attraverso i deserti dell’Anatolia fino alle montagne sicure del Caucaso. 
Il Libro dei libri, scritto non da Dio ma da uomini che hanno ascoltato angeli, uomini che hanno la certezza di avere sentito la Parola in mezzo a tante altre parole; il verbo profetico che abita l’anima e poi cresce, trascina con sé. La coscienza, che per un attimo si spalanca, produce paura, febbre, estasi, come quando un pastore analfabeta – Maometto – ascolta le parole di un angelo nel buio ed è in grado di dettarle a voce alta e forte. Aura anch’essa. Millenaria. Inafferrabile. Inconfondibile.

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